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venerdì 12 aprile 2013

Il reddito di sopravvivenza...

Non si deve togliere ai ricchi per dare ai poveri.
Si deve dare a tutti, secondo una misura equitativa, così come accade in natura.
In natura, non c'è ricchezza superiore ai bisogni dell'essere vivente che vive del suo bagaglio naturale.
L'attuale reddito di sopravvivenza, è il definitivo colpo di grazia per togliere dignità ed espressione al grido dell'uomo. Ti lascio sopravvivere, affinché il filo di ossigeno che ti consento di respirare, non ti consenta di farti correre, così che io possa sempre vincere.
Allora, il mio reddito di cittadinanza, non stabilirebbe soltanto un minimo garantito a tutti (per vivere e non per sopravvivere), ma prevederebbe un limite massimo, atto a garantire il limite minimo a tutti.
10000 euro al mese? ottimo! ma tu sai che più di 10000 euro al mese non le prendi, se non sei bravo, ma bravo davvero.
Quanti soldi si risparmierebbero per consentire a chi è abbastanza umile da decidere di vivere, senza esagerare?
Non si toglierebbe a nessuno, non si regalerebbe a nessuno: semplicemente, non si sprecherebbe nel togliere e nel dare.

lunedì 25 marzo 2013

Buona Pasqua 2013...

Oggi è il primo giorno della settimana di Pasqua e, come ogni anno - da quanche anno a questa parte - provo ad esprimere un pensiero, una riflessione, che sia anche un augurio per la festività che sta per essere celebrata o vissuta... Essenzialmente, è un modo di essere vicino alle persone con le quali condivido un percorso di vita e dunque, niente di più se non un pensiero, un punto di vista, senza alcuna presunzione di verità.
Proprio ieri, un caro amico, mi diceva che era preoccupato per quello che sta accadendo in Italia... e beh, come non esserlo?
Però, credo anche che sono tanti anni che in Italia o in Europa non c'è una guerra mentre, attorno a noi, le guerre ci sono e sono combattute, spesso, con le armi che gli Stati non belligeranti e portatori di democrazia o fautori degli "eserciti di pace", offrono per migliorare il loro PIL.
Dunque, sembra che la guerra sia una necessità e la guerra, è, una necessità.
La ciclicità dei fatti della vita ci porta a desiderare nuove idee, nuove forme di progresso ed in questo, c'è tutto il bisogno di sovvertire o di rottamare il vecchio, quasi che quello che abbiamo usato sia solo un rifiuto da buttare... l'ecologia ci ha aiutato a cambiare la cultura sulla gestione dei rifiuti, insegnandoci che nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma. Così, un rifiuto, prima di essere un rifiuto è, essenzialmente, un bene da riciclare, da riutilizzare... un bene, insomma.
Credo che in Italia o, per meglio dire, entro i confini esterni italiani siano accadute tre cose importanti, su cui riflettere, che, più che un senso religioso - se non alla fine del discorso - hanno un profondo senso culturale.
Abbiamo avuto tre grandi uomini delle istituzioni, tre "grandi vecchi" e mi riferisco al Presidente Giorgio Napolitano, a Papa Benedetto e a Papa Francesco.
Con tutte le critiche che possiamo aver mosso al nostro Presidente della Repubblica, ha saputo tenere fermo il suo profilo istituzionale, mantenendo quell'equilibrio necessario ad evitare possibili deviazioni di percorso istituzionale e, nonostante tutto, dalla sua altezza degli ottantotto anni, ha molte cose da insegnare a tanti di noi, più o meno giovani, che sappiamo lanciare facili invettive e critiche, ma molto meno, idee per costruire il futuro del Paese.
Papa Benedetto non è stato certamento il mio modello ideale di rappresentante della Chiesa di Cristo, ma alla conclusione del suo mandato, ha saputo dimostrare un'umiltà sostanziale che il suo aspetto non aveva saputo mostrare, durante iol suo pontificato. Sì, perché spesso, le persone osservano l'eseriorità ed una croce d'oro o una scarpina rossa, fa credere di chi la indossa chissà che cosa: magari, tutto quello è solo un simbolo che ingabbia l'uomo che ne è contenuto o che la deve portare, nella logica delle forme canoniche, che tolgono all'uomo, la libertà espressiva.
Papa Francesco, diversamente, è il mio modello di Papa, perché accogliendo un messaggio di umiltà, l'ha fatto proprio non solo nella sostanza, ma anche nella forma, esprimendo parole semplici e perfino banali che peraltro, quando vengono espresse dalla finestra del Vaticano, sono un devastante messaggio di pace al mondo.
Una guerra senza armi, ma una guerra interiore che deve demolire le nostre troppe certezze che abbiamo acquisito negli anni del benessere, come il lavoro, la salute, la vita. L'idea di doverci ammalare o che si possa morire o che la mancanza del lavoro ci possa rendere incapaci di essere persone, questa è la nostra più grave preoccupazione e quando tutto questo è minacciato, ci porta a gridare e ad organizzarci per distruggere tutto quello che resta e che diventa il male, il peccato originale.
Credo che questa Pasqua, nel suo significato religioso e culturale, ci deve aiutare a far riflettere sull'idea del passaggio e, nella necessità di rintracciare il Mosé della nostra esistenza, di donne e uomini liberi, riuscire a liberarci dai vincoli delle troppe costrizioni e certezze che ci siamo costruiti, che ci rende schiavi d'Egitto. Con questa idea, provare a passare nel mezzo delle acque agitate delle nostre preoccupazioni, vincendo la paura che ci rende schiavi delle nostre passioni e, come uomini liberi, provare a credere che con l'impegno di tutti e di ciascuno in particolare, è possibile raggiungere la nostra terra promessa.
Se poi tutto questo lo facciamo, come credenti, beh, credo che tutto questo possa essere facilitato dalla nostra fede, non tanto di cattolici, ma di credenti in un creatore che ci ama. Dedico, in particolare, a coloro che credono, un antico metodo di preghiera della Chiesa, che non è mero indottrinamento giacché altro non è che un modo di leggere la Bibbia, in modo coordinato e cioè, la liturgia delle ore. Un'antica preghiera che la tecnologia ha reso accessibile via web e che credo possa essere un buon "regalo di Pasqua", non solo per il credente, ma anche per chi ama riflettere sul pensiero dell'uomo che qui è raccolto, in secolo di storia e di manoscritti - comuni alle tre grandi religioni - che compongono il Libro dei Libri.
Buona Pasqua!
http://www.liturgiadelleore.it/

martedì 15 gennaio 2013

La testimonianza di una vittima della strada...

Qualche giorno fa, una "minuta" ragazza di trent'anni, in compagnia del marito, si è affacciata alla porta del mio ufficio, affaticata e zoppicante... una battuta scontata per il responsabile dell'Ufficio Infortunistica: "incidente, eh!"... più che una battuta scontata, è proprio una battuta inutile, stupida, vuota: ma ormai è andata.
La giovane, annuisce e mi fa capire che per me è una sconosciuta, una delle tante persone che "transitano", ma che ho conosciuto sul finire dell'estate, nel momento in cui, una telecamere di servizio, la ritrae mentre viene caricata da un'auto che "buca" una precedenza, se la trascina per circa dieci metri e la scarica dall'altra parte dell'anello di rotatoria, procurandole gravissime lesioni.
Non entro nel merito della vicenda, giacché il fatto è al vaglio del Magistrato competente ed il mio compito è naturalmente quello di descrivere "i fatti", lasciando da parte le considerazioni, le congetture, le opinioni... Però, mi sento di dire, che se non c'erano le telecamere della videosorveglianza, probabilmente, oltre al danno, la giovane naturalista, subiva la beffa di una colpa che non aveva: purtroppo, l'indagine classica ha i suoi limiti, talvolta derivanti da un approccio sbagliato e, soprattutto, da quell'omertà diffusa, che non riguarda soltanto i luoghi di mafia, ma la nostra italianità, presente anche in terra di Versilia dove, di tanti testimoni, nessuno era pronto a rendere testimonianza.
Ma, dicevo, che l'infortunata, sì, era una naturalsista, e tra le tante cose che mi ha detto, anche questa l'amareggiava: "Sa perché ero lì? Perché venivo sul vostro litorale, in bicicletta, per fare un allenamento, giacché sono una maratoneta. E venivo in bicicletta perché volevo contribuire a salvaguardare il pianeta, anche con il mio "piccolo" comportamento e non trovo giusto che qualcuno mi tolga le cose belle della mia vita".
Quali sono - perché, secondo me, una tosta così, le recupererà queste cose - le cose belle della sua vita?
Non il lusso sfrenato che ci viene propinato da certe immagini televisive, certe serate dove tutto viene bruciato in poche ore: dai metri di tessuti, al cibo buttato al macero degli stomachi insaziabili o dei cassonetti, alle varie energie in gioco, alla stessa vita, scambiata per qualche "striscia" o qualche orgia dove la sessualità, anche quella, si fa oggetto da consumare.
Le cose belle della sua vita erano un posto di lavoro (trattandosi di una precaria della scuola che, a causa dell'incidente, non avrà più quel posto di lavoro), il suo sogno di ricercatrice (un invito a Parigi, che non potrà più onorare), le sue corse a piedi e le sue passeggiate in montagna, la sua famiglia: quella famiglia fatta di gente del sud, che non ha più al seguito le valige legate con lo spago, ma un'altra valigia invisibile, celata dalla dignità della persona umana, anche quella, legata da uno spago sottile e fragile, adesso strappato da questo incidente, il cui contenuto - la speranza - sembra esservi sparso su quell'anello di strada, dove questa ragazza, ha rischiato di morire l'8 settembre 2012, il giorno dell'Armistizio.
Sembra che per questa giovane, ci sia stato un armistizio con la morte ed in questa battaglia ha vinto la vita, sebbene resta una vita difficile da portare avanti... ma il coraggio ha sempre la meglio sulla ragione.
Sì, perché quella ragione, quel modo di ragionieralizzare la nostra esistenza, valutando la vita, al netto delle sue negatività, potrebbe portare a credere che non vale la pena di vivere - così come, drammaticamente, accade - se non che, c'è un coraggio ed è, paradossalmente, proprio il coraggio della ragione, che ha portato Angela Palermo a scrivere: "...devo tradurre questa esperienza in un'opportunità...".
E questa opportunità, si chiama, testimonianza.
Angela, vuole essere una Testimone - lei, figlia del Sud, che non ha avuto testimoni - di un'ingiustizia che non riguarda soltanto lei, ma molte altre persone che hanno perso la vita o hanno difficoltà a vivere la vita che gli resta da vivere, a causa di quello che lei non vuole chiamare "un incidente".
Questa è la sua testimonianza, ma è anche un invito a tutti quanti ad aiutarla a testimoniare (nelle scuole, nelle associazioni e in tutti quei luoghi in cui, la sua presenza ed il suo martirio percepibile, possa aiutare a mutare i comportamenti), coinvolgendola in iniziative di informazione e di formazione.
Chi volesse accogliere questo appello, può rivolgersi a me, che provvedrò a metterla in contatto, aiutandola a raggiungere, in concreto, questa opportunità di sentirsi comunque utile.
L’8 settembre 2012 sono stata investita da un’automobile che andava a velocità sostenuta. Ero in sella alla mia bicicletta e ricordo solo un tonfo sordo, poi il buio e il
risveglio con dolori indescrivibili.
La giornata si preannunciava uguale a tante altre piene di impegni. Invece un giorno qualunque, in un posto qualunque, la tua vita cambia per sempre. E quel giorno
così banale, si trasforma nello spartiacque tra la vita di prima e quella di dopo. Dopo l’ “incidente”.
I miei sentimenti prevalenti in questa situazione sono assai diversi e tra loro contraddittori. Ad un senso iniziale di rabbia si è andato accostando un sentimento di
ingiustizia. Poi i giorni passavano e le sofferenze, invece di diminuire, aumentavano, così da trasformare la rabbia in sconforto e il senso di ingiustizia in disperazione.
Ingiustizia perché? Perché la verità è che sulle strade la prudenza non salva dall’imprudenza altrui. Perché per moda, in tante trasmissioni televisive, sui giornali, si
predica il dovere di utilizzare mezzi alternativi all’automobile per “vivere meglio”, “per vivere bio”, per “tenersi in forma”. E così, noi ci si sente quasi dei paladini che al
posto delle armi utilizzano sempre la bicicletta, infallibile arma verde in difesa del nostro pianeta che non sta morendo ma che stiamo assassinando.
Le nostre strade sono sempre più simili a campi di battaglia dove troppi “soldati verdi” muoiono sul campo, uccisi da automobili simili a mine vaganti.
I governi nazionali e l’Europa dove sono? Perché non intervengono a sostegno di leggi che promuovano una vera rivoluzione verde? Si dovrebbe, per esempio,
investire di più in piste ciclabili, dotare le strade di una segnaletica stradale più specifica e, non da ultimo, appoggiare la proposta di alcune associazioni di introdurre il
reato diomicidio stradale e costringere le assicurazioni a pagare somme più importanti alle vittime o alle loro famiglie.
Nessuna somma può ripagare delle sofferenze fisiche e psicologiche che un “incidente” come il mio può provocare, ma questa indifferenza è insopportabile. Io sono
stata “fortunata” perché sono viva, ma per la maggior parte delle persone che vengono travolte con quella violenza la vita siconclude sull’asfalto.
La signora che mi ha investito non solo non ha chiamato i soccorsi, ma non mi ha mai contattata per chiedermi come stessi. Giacevo in fin di vita sull’asfalto e mi ha
salvata un ciclista medico che passava per caso di là. Gli atti inqualificabili come quello della signora che ha investito me, devono diventare aggravanti imperdonabili in
tribunale. E invece, mentre io devo imbottirmi di morfina per alleviare dolori insopportabili, la signora è libera.
Libera di dormire senza dolori, libera di abbracciare suo marito, libera di alzarsi, libera di mangiare, libera di uscire, libera di lavarsi, libera di leggere, di scrivere senza
sentire dolore, libera di respirare senza che il respiro stesso tolga il fiato.
Due giorni dopo l’ “incidente” mi hanno contattato vari licei per proposte di supplenze annuali, ma io non ho potuto certo firmare il contratto né assumere servizio.
Mi sono così ritrovata anche senza lavoro, senza il pagamento della malattia, perché non ho un contratto. Senza il punteggio. Per un professore precario come me
questo vuol dire essere scavalcati in graduatoria, con tutte le conseguenze che questo comporterà. Sono formalmente disoccupata, eppure le spese che devo
sostenere sono ingenti. Ho dovuto acquistare tante medicine, stampelle, busto, pannoloni, pagare per richiedere la cartella clinica,etc. I sindacati dicono che non c’è
niente da fare: “Signora, è la legge. Noi non possiamo fare niente. Solo in caso di gravidanza difficile lei può accettare una supplenza senza assumere servizio. In caso
di incidente stradale, lei non è tutelata dalla legge”. Piccola lezione di paradosso all’italiana: la gravidanza è una malattia, la malattia non è una malattia.
Mi chiedo: questo è uno Stato di diritto? Questa è Sanità pubblica? La verità è che la nostra Italia non è una democrazia e che è vero che solo i ricchi possono curarsi
adeguatamente. Il resto dei malati deve chiedere aiuto alle famiglie, se può, o semplicemente arrendersi alla triste realtà: non curarsi.
Io non so perché Dio abbia deciso di salvare me e non qualcun altro. Confesso di vivere questa mia condizione con un certo senso di colpa nei confronti di chi, invece,
giace morto su chissà quale lembo di asfalto. Mentre ero in ospedale è morto un ragazzo in un “incidente”. Mi sentivo in colpa.
Io guarirò. Ci vorrà tanto tempo ma guarirò. Ma non sarò più la stessa persona. Il mio corpo è stato martoriato e il mio spirito ferito. Penso spesso a quando, fra
qualche mese, uscirò di nuovo. Dove troverò la forza di non avere paura?
Io non riesco a spiegare quello che provo. E’ troppo complesso. Ho visto la morte e ho avuto paura. Tante altre volte l’ho invocata perché i dolori fisici sono
insopportabili.
Sono tante le cose che mi mancano in queste lunghe giornate tutte dolorosamente uguali: studiare in biblioteca, entrare in classe, correre. E non so se potrò mai più
tornare ad assaporare la fatica della corsa a causa delle condizioni della mia gamba destra. Ho riportato una frattura bimalleolare. L’osso ha bucato la pelle. A causa di
ciò hanno dovuto inserirmi viti e ferri all’interno della gamba. Ho cicatrici orrende sia sul lato esterno della gamba che sul lato interno. E’ stato un intervento di quelli
complessi, a detta dei medici. Ma non devo lamentarmi perché l’altra frattura, quella vertebrale, poteva portarmi conseguenze ancora peggiori: la paralisi. La
vertebra guarirà con l’aiuto di un busto molto costrittivo che sarà il mio compagno per tanti, troppi mesi. Senza di quello non posso nemmeno alzarmi a mezzo busto
e quando lo indosso provo dolore e faccio fatica a respirare. Ho riportato anche una fratturina alla mano destra, varie contusioni ed escoriazioni, una ustione. Mi
sanguinavano vari organi interni e ho avuto anche un ematoma a livello celebrale. Il viso, però, mi è stato preservato.
A detta di tutti devo essere contenta.
Contenta?!
Io non sono affatto contenta. Ho salva la vita ma non ho più la mia vita. E non l’avrò più. Tuttavia, per una sorta di economia mentale, devo tradurre questa
esperienza in un’opportunità. E poiché i sensi di colpa non sono utili se rimangono tali, devo fare qualcosa per le persone che, come me, sono rimaste vittime di
tentato omicidio stradale colposo. Iniziamo a non chiamarlo più “incidente”.
E’ per questo che mi sono permessa di scrivere pubblicamente di me. Altrimenti non l’avrei mai fatto. Chiedo perdono per quest’atto che spero non sia male
interpretato. Volutamente mi sono soffermata su particolari un po’ crudi. Credo che leggere la storia di una persona a noi vicina ci faccia riflettere maggiormente.
Siamo talmente bombardati dalla cronaca, tanto da non farci più caso.
Permettetemi un’ultima riflessione. Non le medicine, non la consolazione di avere la vita salva, non il pensiero della guarigione aiutano tanto quanto l’affetto delle
persone che ti vogliono bene e che ti incoraggiano a nonmollare.
Se voglio tramutare questa terribile esperienza in un’opportunità, devo partire da qui. Dall’incredibile solidarietà che mi èstata dimostrata e dall’affetto che mi è stato
donato senza averlo mai meritato.
Per questo mi commuovo e vi dico grazie dal più profondo del mio cuore, invitandovi, umilmente, ad approfittare dei tanti miracoli che la vita ogni giorno ci concede
di vivere.
Angela G. Palermo

martedì 8 gennaio 2013

Segnalazione sito

Segnalo l'interessantissima pagina http://posizionetelai.it/ che non contempla soltanto la ricerca del talaio (compresa la relativa app gratuita e senza pubblicità). Il riferimento viene inserito di lato, nella sezione polizia stradale.

lunedì 7 gennaio 2013

Segnalazione sito

Tra gli strumenti del blog, ho inserito un nuovo sito http://www.sunearthtools.com/ dove, tra l'altro, è possibile determinare la posizione del sole in una determinata ora della giornata.
L'ho trovato utile per valutare l'eventuale possibile abbagliamento del sole in un incidente stradale.

venerdì 21 dicembre 2012

La fine del mondo...

...si dice che non ci sia stata. Chissà...
Talvolta, mi domando se questo, sia, il mio mondo. E così facendo, ho come l'impressione di esserne, alieno.
O forse, il mondo, è già finito: quanto meno, il mio, mondo.
Ricordo, che da ragazzo mi colpì una frase scritta in un segnalibro delle Edizioni Paoline: "Non pretendo di cambiare il mondo, ma non voglio che il mondo cambi me".
Compresi, allora, che poteva esistere un concetto di "mondo" ben diverso da quello di mappamondo.
C'era, allora, come ora, una mappa del mio mondo, ma quest'ultimo, non era, il mappamondo.
E quella frase mi portò a riconoscere a Gesù Cristo un primato, nella storia: probabilmente fu il primo uomo a dichiarare che esisteva un mondo diverso da quello comunemente conosciuto, ben più piccolo di quello, oggi, conosciuto. E lo conosceva, a tal punto, da dichiarare: "...io non sono di questo mondo...".
Oggi, in molti, hanno atteso la fine del mondo.
Certo! scaramanticamente parlando...
Non è succeso niente di catastrofico, tipo un maremoto, un terremoto, un uragano,... tutto, stranamente, tranquillo: niente fine del mondo.
Eppure, credo che in questo ultimo anno della mia storia di uomo, sono accadute molte cose ed alcune di queste, talmente devastanti, da farmi pensare che sia arrivata la fine del mondo.
Magari, coincide con quella della fine di un amico, che ha deciso di staccare la spina e lasciare spengere il suo motore... no, non è quella la fine del mondo.
Il problema vero, forse, è che il mondo è già finito, prima ancora che accada tutto questo e forse, questo accade, proprio perché il mondo, da tempo, è finito e vivere, talvolta è soltanto una scommessa, una lotta di resistenza o di liberazione, perché nella storia degli uomini c'è sempre, una lotta di resistenza e di liberazione.
Ma quando il mondo è finito, contro chi resisti e da che cosa ti devi liberare?
Così provi a mettere fuori la testa dalla finestra, accorgendoti che quella miseria che sta oltre il vetro umido, è la vita che ti passa a fianco ed il vetro della finestra, non è lo schermo della televisione che ti ha rimbambito, guardandola.
La fuori c'è freddo e mentre osservi, tutto quel freddo, tutto in te si raffredda, compreso le emozioni.
Sì, perché hai bisogno di governare le tue emozioni per vivere in questo mondo e così, impari a fare del tuo corpo, della tua mente e... sì, persino del tuo cuore, una macchina da controllare e da governare, per far parte di questo mondo che, talvolta, non è il tuo mondo, ma quello di chi ti vive a fianco e decide i tuoi ritmi di vita.
Allora, probabilmente, è arrivata la fine del mondo ed è arrivata da tempo, senza che noi abbiamo avuto il tempo o la voglia di rendercene conto.
E' arrivata, senza alcuna profezia dei Maja, perché ai Maja non importava certo del PIL, delle banche, delle Presidenze del Consiglio dei Ministri o di qualsivoglia altra presidenza, del potere sovrano (anche delle piccole cose di ogni giorno, in cui piccoli uomini sono eletti ad imperatori del consenso)... ma questa roba qua, interessa a noi, persone... civili: sì, civili...ci definiamo.
Così la profezia dei Maja è solo un gioco, ma noi li abbiamo fregati ed il mondo, quello fatto di rapporti umani, di sorrisi, di strette di mano senza necessità di contratti da far rispettare da un giudice corrotto, è già terminato da un pezzo e cioè, dal giorno in cui, qualcuno ha deciso di essere un "capo" e gli altri, hanno deciso di essere "branco": sì, perché non c'è capo senza branco e branco senza un capo.
Così il cerchio si chiude e si stringe, si avvolge su se stesso, annichilendosi nell'idea che la bramosia di potere possa essere uno stimolo di crescita, anziché di sofferenza e di dolore... perché un capo desidera tutto e più di tutto, desidera il consenso, ma per ottenere quello, deve promettere quello che nessun altro sa promettere: chi la spara più grossa, per il branco, è il capo!
Sì, la fine del mondo, decisamente è già venuta.
Però, credo anche che sulle macerie dei Maja possa crescere una nuova civiltà, così come sulle macerie della fine del mondo, possa crescere un nuovo mondo, in quanto superato il primo, si stratificano macerie di uomini sulle quali, altri uomini, cogliendone gli errori, possono provare a costruire il nuovo mondo.
Vorrei quindi chiudere questo anno di consapevolezza che non avevano ragione i Maja, ma solo perché li abbiamo fregati, sperando che il nuovo anno sia l'anno della ricrescita e della voglia di costruire il nuovo anno e con questo pensiero auguro a tutti e a ciascuno in particolare, di riuscire, almeno, a non lasciarsi cambiare dal mondo, anche se non siamo capaci di cambiare, il mondo.